Le condizioni degli immigrati nel nostro paese sono simili a quelle degli schiavi dell’Ottocento

 

 

L’infernale gabbia del Cie a Torino

REPORTAGE.

L’ultima struttura della Turco-Napolitano: un centinaio di «clandestini» con pezzi di vita che aspettano solo di essere raccontate

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Militari controllano migranti nel Cie (© Lapresse)

Mauro Ravarino TORINO

Da il manifesto del 09.08.2015

Un cor­tile ampio, il sel­ciato rovente, casette sparse, cir­con­date da sbarre altis­sime. Fuori dalle mura di que­sta for­tezza, oltre al filo spi­nato, svet­tano i palazzi di Torino che si affac­ciano come se niente fosse su un’architettura ango­sciante. Den­tro alle gab­bie ci sono i migranti, clan­de­stini, in attesa di lunga, tal­volta infi­nita, iden­ti­fi­ca­zione in vista di rim­pa­trio o espul­sione. Si avvi­ci­nano alle reti metal­li­che: rac­con­tano pezzi di vita, pro­te­stano per le con­di­zioni inso­ste­ni­bili, sudano; alcuni sono in scio­pero della fame. Poi, riman­gono nelle gab­bie — non sono esem­plari, sono esseri umani — men­tre ce ne andiamo via.

Que­sto limbo di cemento sospeso nella metro­poli sabauda è il Cie di corso Bru­nel­le­schi, anche se in realtà l’ingresso è in via S. Maria Maz­za­rello. Venerdì il ter­mo­me­tro ha toc­cato i 38,5 gradi, tem­pe­ra­tura record. Gra­zie alla cam­pa­gna Lascia­te­CIEn­trare siamo riu­sciti ad acce­dere per la prima volta. Non è stato facile, da tempo il movi­mento lo chie­deva. La cam­pa­gna è nata nel 2011 per con­tra­stare una cir­co­lare del Vimi­nale che vie­tava l’accesso agli organi di stampa nei Cie e nei Cara (Cen­tri di acco­glienza per richie­denti asilo). Appel­lan­dosi al diritto-dovere di eser­ci­tare l’articolo 21 della Costi­tu­zione (libertà di stampa), ha otte­nuto l’abrogazione della cir­co­lare e oggi si batte per la chiu­sura dei Cie, l’abolizione della deten­zione ammi­ni­stra­tiva e la revi­sione delle poli­ti­che sull’immigrazione. Un risul­tato ancora lontano.

Sono 81 gli ospiti della strut­tura di Torino, tutti uomini. I paesi di ori­gine sono Marocco, Tuni­sia, Nige­ria e Sene­gal, ma anche Alba­nia, Geor­gia, Alge­ria e Ghana. Vivono in pic­coli edi­fici, per nulla con­for­te­voli; dalle porte si intrav­ve­dono camere spo­glie, letti sgan­ghe­rati, tele­vi­sioni appese al sof­fitto, muri scro­stati den­tro e incen­diati fuori, segno delle ultime rivolte.

Il cen­tro, un tempo Cpt (Cen­tro di per­ma­nenza tem­po­ra­nea), fu inau­gu­rato nel 1999 nel quar­tiere di Pozzo Strada, zona ovest di Torino, in un’area della sto­rica caserma Cavour, tra via Mon­gi­ne­vro e corso Bru­nel­le­schi. È stato il primo in Ita­lia per effetto della legge Turco-Napolitano. Si diceva dovesse essere una strut­tura prov­vi­so­ria, in attesa di altre solu­zioni. Nel 2010 è stato, invece, ampliato con 11 milioni di euro. Negli ultimi mesi, dopo 14 anni di gestione da parte della Croce Rossa, è stato asse­gnato al rag­grup­pa­mento tem­po­ra­neo di imprese for­mato dalla fran­cese Gepsa (con­trol­lata dalla mul­ti­na­zio­nale Gdf Suez), lea­der nella logi­stica di peni­ten­ziari e cen­tri di deten­zione, e all’associazione cul­tu­rale Acua­rinto di Agri­gento, unici con­cor­renti ad aver par­te­ci­pato alla gara d’appalto, non­ché gli stessi gestori del Cie di Ponte Gale­ria a Roma.

«L’attuale capienza» spiega il diret­tore del cen­tro, Emi­lio Agnello, mem­bro di Acua­rinto, «è di 90 per­sone, nel bando erano 180, ma alcune strut­ture sono state dan­neg­giate da pre­ce­denti rivolte. Tre sono i media­tori: un pale­sti­nese, una came­ru­nense e una nige­riana. Siamo gli unici senza divisa». Il resto degli ope­ra­tori sono agenti di poli­zia e mili­tari dell’esercito, un’interforze. «Su 81 trat­te­nuti il 35–40% arriva diret­ta­mente dal car­cere, l’80% è stato in pas­sato dete­nuto, il reato più comune è spac­cio di stu­pe­fa­centi; 17 hanno richie­sto asilo ma i casi di acco­gli­mento sono molto rari», spiega un ispet­tore di poli­zia, che opera da oltre dieci anni nel Cie di Torino. Accanto a loro, in una delle stanze per le con­va­lide del «trat­te­ni­mento dei cit­ta­dini stra­nieri», siede la diri­gente della pre­fet­tura Vale­ria Saba­tino che sot­to­li­nea: «Qui, sono vie­tate foto­gra­fie e riprese». Oltre il 70% dei migranti viene rim­pa­triato. Gli altri, una volta rico­struita l’identità all’interno del Cie, rice­vono il decreto pre­fet­ti­zio di espul­sione: viene inti­mato di abban­do­nare il ter­ri­to­rio ita­liano entro sette giorni.

Supe­rati gli uffici, si arriva nel cuore della strut­tura, in uno dei buchi neri del XXI secolo, dove le per­sone rischiano di fer­marsi fino a 90 giorni. Die­tro alle reti, si intrav­ve­dono le sagome dei reclusi. Alcuni si ripa­rano nei pochi spazi d’ombra. Altri ci ven­gono incon­tro. Ndoje è alto, indossa la maglia di una tuta e gronda di sudore. È sene­ga­lese e padre di tre figli. Scan­di­sce le parole, cono­sce bene l’italiano: «Puoi aver com­messo reati, ma dopo aver scon­tato una pena devi poterti rein­se­rire nella società, non finire in un Cie. Noi, ricor­da­tevi, prima di tutto e prima di essere clan­de­stini, siamo esseri umani. Non meri­tiamo un trat­ta­mento simile. La sto­ria un giorno con­dan­nerà i respon­sa­bili». Alle sue spalle si fa largo Chkara, 27 anni, ori­gine magh­re­bina. Ha vis­suto a Como, dove si è fatto un po’ di car­cere e ha inco­min­ciato a seguire un per­corso tera­peu­tico con il Sert locale. Mi allunga un foglio tra le sbarre: «Leggi! È il report di un edu­ca­tore dell’Asl, spiega che una comu­nità di recu­pero, La Cen­tra­lina di Mor­be­gno (Son­drio), è dispo­sta a pren­dermi in affi­da­mento. Dice che non sono cat­tivo né peri­co­loso. Io sogno un’altra vita».

Le voci si acca­val­lano, si sente gri­dare «Char­lie», come gli ame­ri­cani chia­ma­vano i viet­cong. Così i migranti recla­mano l’attenzione dei mili­tari che pre­si­diano il campo. Qual­cuno invoca soc­corsi, si sente male. In 6–7 stanno facendo lo scio­pero della fame per pro­te­sta. Le camere sono bol­lenti, gli ope­ra­tori sosten­gono siano cli­ma­tiz­zate. «Non è vero e, quando c’è, il con­di­zio­na­tore non fun­ziona. Si stava meglio in car­cere», rac­conta Ahmed, maroc­chino, da 14 anni in Ita­lia, di cui 5 e mezzo pas­sati in una casa cir­con­da­riale, dopo un arre­sto per spac­cio. È stato por­tato nel Cie, mesi dopo aver scon­tato la pena, per­ché senza docu­menti: «Nella vita si fanno sba­gli, ma que­sto non giu­sti­fica un trat­ta­mento disu­mano. Ho deciso di fare lo scio­pero della fame». Per chi sce­glie que­sta forma di pro­te­sta non­vio­lenta, l’obiettivo è rag­giun­gere «con­di­zioni al limite» per essere rila­sciati se diven­tano incom­pa­ti­bili con la reclu­sione. Yas­sine, maroc­chino, ha il corpo tagliuz­zato, parla della sua com­pa­gna ita­liana: «È incinta e vor­rei spo­sarla», rac­conta men­tre riceve un po’ di caffé da un geor­giano che lamenta pro­blemi di cuore.

Max­well ha 35 anni, pro­viene dal Ghana, faceva il mura­tore è nel Cie da 17 giorni, ha pro­blemi di tos­si­co­di­pen­denza: «Ci danno il meta­done, ma non vedo l’ora di rive­dere la luce». Jabali, tuni­sino 21 anni, ha il volto di un ragaz­zino e non vuole tor­nare in Nord Africa: «Sono arri­vato mino­renne, nel 2007, e a Udine ho fre­quen­tato la scuola, inco­min­ciando a vivere come un qual­siasi coe­ta­neo ita­liano. Sono qui da 50 giorni e mi vogliono spe­dire in Tuni­sia, ma non voglio. Che ci vado a fare lì? Ormai la mia vita è in Ita­lia». Aida­rai Abedì la pensa diver­sa­mente: «Io, invece, voglio tor­nare in Alba­nia. Mia madre sta male, voglio andar­mene da qui, non mi inte­ressa far casino. Voglio solo riab­brac­ciare la mia famiglia».

Nella zona detta dell’Ospedaletto, uti­liz­zata per «l’isolamento medico non disci­pli­nare» pre­cisa la diri­gente della pre­fet­tura, ci sono due gio­vani, un sene­ga­lese e un nige­riano del Bia­fra. Gli ope­ra­tori dicono che sono stati col­lo­cati lì per­ché omo­ses­suali, «per pro­teg­gerli». «Io non l’ho scelto – spiega il secondo – qui dor­miamo su letti di ferro, senza mate­rassi. Vogliono rispe­dirmi in Nige­ria, ma lì mi ucci­de­reb­bero. Ho chie­sto asilo politico».

Le altre stanze dell’Ospedaletto sono dan­neg­giate, i muri sono pieni di scritte: «Geor­gia = Mafia», «Dio è grande», «Fuck» decli­nato in vari modi. E soprat­tutto «Basta» in tutte le lingue.

 

 

 

Braccianti, la quarta vittima: una strage infinita

Puglia. Arcangelo è in coma, stroncato da un infarto: raccoglieva uva nel barese. L’operaio, di 42 anni, lavorava per la stessa agenzia interinale di Paola, morta in identiche circostanze poco più di un mese fa

 

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Gianmario Leone

Da il manifesto del 19.08.2015

E’ finito in coma dopo essere stato col­pito da un infarto men­tre lavo­rava in una vigna sotto un ten­done nelle cam­pa­gne del nord-barese. Arcan­gelo, que­sto il nome del 42enne di San Gior­gio Ionico (pae­sino della pro­vin­cia di Taranto), stava svol­gendo le ope­ra­zioni di aci­nel­la­tura, che con­si­stono nello stac­care dal grap­polo d’uva gli acini più pic­coli, quelli che non si sono svi­lup­pati: un lavoro com­plesso e stan­cante visto che com­porta lo stare in piedi su una cas­setta per ore con la testa all’insù. A un certo punto però, il cuore di Arcan­gelo ha ceduto di schianto.

L’episodio è avve­nuto circa dieci giorni fa, ma la noti­zia è stata dif­fusa solo ieri dalla Flai Cgil Puglia. Il brac­ciante «lavo­rava circa 7 ore al giorno, alle quali si devono aggiun­gere le 5 ore di stra­sporto — spiega Giu­seppe Deleo­nar­dis segre­ta­rio gene­rale della fede­ra­zione pugliese — Pro­prio per il tra­sporto l’uomo pagava 12 euro al capo­rale, a fronte di una paga che supera di poco i 27 euro al giorno. Sala­rio, quest’ultimo, che viene cor­ri­spo­sto alle donne».

L’ennesimo caso di capo­ra­lato insomma. Tra l’altro, per un maca­bro scherzo del destino, il brac­ciante stava lavo­rando nella stessa zona di cam­pa­gna, fra Andria e Canosa di Puglia, nel nord-barese, in cui il 13 luglio scorso è morta per un malore un’altra brac­ciante di San Gior­gio Jonico, Paola Cle­mente, di 49 anni, madre di te figli. «Quel che è certo — ha aggiunto Deleo­nar­dis della Flai Cgil — è che Arcan­gelo lavo­rava per la stessa agen­zia inte­ri­nale per cui lavo­rava Paola».

Il sin­da­ca­li­sta Cgil ha poi avan­zato un sospetto tutto da appro­fon­dire: ovvero che «in quelle cam­pa­gne si usino fito­far­maci peri­co­losi che fanno sen­tire male gli ope­rai». Il segre­ta­rio ha pro­messo che la Flai Cgil farà di tutto «per rom­pere il muro di omertà che copre quelle che sono le reali con­di­zioni di vita dei brac­cianti agri­coli in Puglia». La regione sol­tanto nell’ultimo mese ha regi­strato ben tre decessi.

L’uomo ori­gi­na­rio del taran­tino, sarebbe stato col­pito da infarto, secondo quanto appreso dalla stessa Flai Cgil che però ha avuto gran­dis­sime dif­fi­coltà nel rico­struire la vicenda per la solita cor­tina di silen­zio che ogni volta si alza quando acca­dono epi­sodi del genere. Ora il brac­ciante si trova rico­ve­rato all’ospedale San Carlo di Potenza.

«Al di là del sin­golo epi­so­dio — ha con­cluso Deleo­nar­dis — da anni denun­ciamo uno sfrut­ta­mento che non riguarda solo gli immi­grati ma anche ita­liani e molte donne. E magari si veri­fi­cano in aziende finan­ziate da fondi pub­blici. Abbiamo una legge regio­nale di eccel­lenza, quella che pre­vede gli indici di con­gruità, che però non esplica com­ple­ta­mente la sua effi­ca­cia per la man­canza di con­trolli. Baste­rebbe sem­pli­ce­mente applicarla».

A tal pro­po­sito, il 6 ago­sto scorso, dopo il decesso di Zaka­ria Ben Has­sine, il 52enne tuni­sino morto il 3 ago­sto in un’azienda di Poli­gnano a Mare, si svolse nella sede della Regione Puglia a Bari un incon­tro tra l’assessorato al Lavoro e all’Agricoltura e i sin­da­cati con­fe­de­rali e di cate­go­ria per la que­stione del lavoro nero nelle cam­pa­gne. «Abbiamo voluto — spiegò nell’occasione l’assessore al Lavoro Seba­stiano Leo — affron­tare con i sin­da­cati, e lo faremo anche con le parti dato­riali, la que­stione ognuno per le pro­prie com­pe­tenze. Abbiamo una con­ven­zione del 2013 per la lotta al lavoro nero e occorre capire come e quanto sia stata appli­cata, visto pochis­sime aziende sem­brano aver ade­rito alle liste di pre­no­ta­zione, uti­liz­zando pochis­simo dei fondi a dispo­si­zione». Il giorno dopo, i mini­steri del Lavoro e delle Poli­ti­che Agri­cole pro­mi­sero una stretta sui con­trolli con­tro il capo­ra­lato: la Dire­zione gene­rale per l’attività ispet­tiva del mini­stero del Lavoro informò di aver dato indi­ca­zione alle Dire­zioni inter­re­gio­nali e ter­ri­to­riali di coin­vol­gere i respon­sa­bili dei ser­vizi pre­ven­zione delle Asl nelle atti­vità di vigi­lanza già pro­gram­mate e sulla base di intese pre­ven­tive o prassi con­so­li­date. Il mini­stero delle Poli­ti­che agri­cole chiese inol­tre la con­vo­ca­zione urgente della Cabina di regia della “Rete del Lavoro agri­colo di qua­lità”. Intro­dotta con il prov­ve­di­mento Cam­po­li­bero e ope­ra­tiva da feb­braio, per la prima volta in Ita­lia si è creato un coor­di­na­mento per il con­tra­sto dello sfrut­ta­mento nel lavoro agricolo.

Ma di lavoro da fare ce n’è ancora molto. Secondo il rap­porto “Agro­ma­fie e Capo­ra­lato 2014″, redatto dall’Osservatorio Pla­cido Riz­zotto per conto della Flai Cgil, sono circa 400 mila i lavo­ra­tori che tro­vano un impiego tra­mite i capo­rali, di cui 100 mila pre­sen­tano forme di grave assog­get­ta­mento dovute a con­di­zioni abi­ta­tive e ambien­tali con­si­de­rate para­schia­vi­sti­che. Per salari da appena 4–500 euro in due mesi di lavoro. Inde­gno per un paese che con­ti­nua a con­si­de­rarsi civile.

 

 

 

Mohamed, Zakaria, Paola: così si muore nei campi pugliesi

I tre precedenti. Prima di Arcangelo, finito ieri in coma, hanno perso la vita nel giro di poche settimane ben tre braccianti. Il corpo della donna verrà riesumato per una autopsia

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 Gianmario Leone

Da il manifesto del 19.08.2015

Arcan­gelo è l’ultimo caso di un’estate tra le più dram­ma­ti­che degli ultimi anni per i brac­cianti pugliesi. La prima vit­tima è stata Paola Cle­mente, la rac­co­gli­trice di 43 anni, madre di tre figli, morta ad Andria il 13 luglio scorso men­tre lavo­rava all’acinellatura dell’uva: nelle stesse cam­pa­gne dove lavo­rava Arcangelo.

Una morte miste­riosa quella della brac­ciante taran­tina, che venne por­tata diret­ta­mente nella camera mor­tua­ria del cimi­tero di Andria, dove fu sep­pel­lita senza autop­sia. Né è chiaro se sul posto arrivò o meno il 118: la noti­zia infatti tra­pelò sol­tanto due set­ti­mane dopo gra­zie alla denun­cia della Flai Cgil. Ma è pro­prio di ieri la noti­zia che il pm della Pro­cura di Trani ha dispo­sto la rie­su­ma­zione del corpo e ha fis­sato per il 21 ago­sto l’autopsia.

La donna, che viveva con la fami­glia a San Gior­gio Jonico in pro­vin­cia di Taranto, si recava ogni giorno a circa 150 chi­lo­me­tri da casa per 27 euro al giorno. L’esposto-denuncia alla pro­cura di Trani, com­pe­tente per ter­ri­to­rio, è stato depo­si­tato il 14 ago­sto scorso ai cara­bi­nieri di San Gior­gio Jonico dal marito della donna, Ste­fano Arcuri, che è assi­stito da tre avvo­cati: il pro­fes­sor Pasquale Chieco, Vito Mic­co­lis e Gio­vanni Vinci. L’autopsia sarà com­piuta dal medico legale dell’Università di Bari Ales­san­dro Dell’Erba.

Dopo Paola era poi stato il turno di Moha­med. Tre le per­sone iscritte nel regi­stro degli inda­gati dalla Pro­cura di Lecce per la sua morte. Il 47enne di ori­gini suda­nesi fu stron­cato da un malore men­tre lavo­rava come brac­ciante irre­go­lare, sotto il caldo tor­rido di luglio — con tem­pe­ra­ture che sfio­ra­vano i 40 gradi — in un campo di pomo­dori fra Nardò e Ave­trana. Gli inda­gati sono i tito­lari dell’azienda agri­cola Mariano, marito e moglie, e il capo­rale suda­nese che avrebbe svolto il clas­sico ruolo di inter­me­dia­rio fra gli impren­di­tori e i lavoratori.

Il sosti­tuto pro­cu­ra­tore Paola Guglielmi ha ipo­tiz­zato al momento il solo reato di omi­ci­dio col­poso, ma sono ancora in corso le inda­gini dei Cara­bi­nieri, visto che l’azienda in cui è avve­nuto l’incidente, già nel 2012 era finita nel mirino della Pro­cura con l’arresto del tito­lare Giu­seppe Mariano, coin­volto nell’operazione «Sabr» sullo sfrut­ta­mento dei brac­cianti nei campi di raccolta.

Da allora però, nulla sem­bra essere cam­biato nelle cam­pa­gne di Nardò e dell’hinterland nono­stante la sto­rica rivolta dell’agosto del 2011 nella mas­se­ria Ban­curi gui­data dal came­ru­nense Yvan Sagnet.

L’ultimo a per­dere la vita in ordine di tempo è stato Zaka­ria Ben Has­sine, il 52enne tuni­sino morto il 4 ago­sto nell’azienda Gal­luzzi srl di Poli­gnano a Mare. Nell’Istituto di Medi­cina legale del Poli­cli­nico di Bari, è stata ese­guita l’autopsia richie­sta dal pub­blico mini­stero, Gra­zia Errede, che dovrà sta­bi­lire le cause del decesso e se siano la con­se­guenza di un infor­tu­nio sul lavoro. I risul­tati dovreb­bero arri­vare entro pochi giorni e dovranno con­fer­mare o smen­tire le prime ipo­tesi che par­lano di «morte naturale».

Secondo le testi­mo­nianze di alcuni com­pa­gni di lavoro, Zaka­ria si sarebbe acca­sciato davanti alle mac­chi­nette auto­ma­ti­che intorno alle 13, men­tre era intento a pren­dere il caffè dopo aver lavo­rato per 8 ore. Sin da subito si è pro­vato a ria­ni­marlo, ma nono­stante sul posto sia inter­ve­nuto il per­so­nale del 118, per l’uomo non c’è stato nulla da fare. Era in Ita­lia da diversi anni Zaka­ria, ed era molto cono­sciuto nella cit­ta­dina di Fasano in pro­vin­cia di Brin­disi, dove viveva in una casa nella zona indu­striale nord con la moglie ita­liana e i quat­tro figli.
Dare giu­sti­zia a que­sti lavo­ra­tori agri­coli e ai loro parenti è il minimo che si possa fare.